A Madrid, il 5 agosto 1939 avveniva l’esecuzione de Las Trece Rosas. Tredici giovani donne arrestate, torturate e fucilate dal regime franchista, accusate di essere oppositrici politiche e con un processo farsa. Donne che credevano fermamente nella libertà non solo propria, ma del Paese.
«Madre, fratelli, con tutto il mio amore ed entusiasmo vi chiedo di non piangere per me. Esco senza piangere. Mi uccidono innocente, ma muoio come dovrebbe morire un innocente. Mamma, mammina, mi unirò a mia sorella e mio papà nell’altro mondo, ma tieni presente che sto morendo da persona d’onore. Addio, cara madre, arrivederci per sempre. Tua figlia, che non potrà mai più baciarti o abbracciarti. Possa il mio nome non essere cancellato dalla storia». Julia Conesa aveva solo 20 anni quando venne giustiziata. Assieme a lei, la mattina del 5 agosto 1939 c’erano altre 12 donne, tutte tra i 18 e i 29 anni, e ricordate da quel fatale momento in poi come Las Trece Rosas (Le tredici rose). La guerra civile spagnola era finita da solo quattro mesi e il regime fascista di Francisco Franco aveva ottenuto pieni poteri. Proprio per mantenere quei poteri, il caudillo aveva ordinato l’arresto e la repressione di coloro che non solo avevano partecipato alla Resistenza, continuandola clandestinamente, ma anche di chi ne era sospettato. Le tredici rose erano fra loro, vittime della cosiddetta saca de agosto, ovvero le esecuzioni di massa senza un vero processo.
Il terrore bianco
In Spagna la cosiddetta repressione franchista, chiamata anche terrore bianco, comprendeva le atrocità commesse dai nazionalisti sia durante la guerra civile che successivamente. Le stime dei decessi vanno da 150 mila a 400 mila, eppure non esistono cifre concrete poiché il governo franchista distrusse migliaia di documenti relativi a quel periodo, nel tentativo di nascondere le prove che rivelavano le esecuzioni dei repubblicani. E sempre senza alcun processo.
Migliaia di vittime, infatti, sono sepolte in centinaia di fosse comuni non contrassegnate, dove la più grande risulta trovarsi nel cimitero di San Rafael alla periferia di Malaga (con forse più di 4mila corpi). L’Asociación para la Recuperación de la Memoria Historica (ARMH) afferma infatti che il numero di scomparsi, tra oppositori politici e civili, sia tra le 114 mila e le 130 mila, mentre secondo la Platform for Victims of Disappearances Enforced by Francoism il numero sale e supera i 140 mila.
La condizione delle donne repubblicane
Anche le donne “rosse” furono vittime di questo terrore bianco. Subirono umiliazioni pubbliche – consistenti in sfilate nude per le strade, al ritmo dell’inno falangista Cara al sol, rasate e costrette a ingerire olio di ricino – , molestie sessuali, stupri e violenze di ogni sorta. Spesso, le case e i beni delle vedove dei repubblicani erano confiscate dal governo e i figli portati via. Inoltre, moltissime donne che vivevano in povertà furono costrette a prostituirsi e migliaia furono giustiziate dopo terribili torture, anche incinte. Rimane impressa l’agghiacciante frase di un giudice franchista: «Non possiamo aspettare sette mesi per giustiziare una donna».
L’obiettivo del regime franchista non era solo quello di reprimere le donne “rosse”, ma di creare allo stesso tempo un nuovo modello unico di donna, incapace di reagire e ribellarsi, attraverso, quindi, una doppia funzione: punitiva e istruttiva. Infatti i pilastri su cui poggiava questo obiettivo erano tre: la Chiesa, il sistema educativo e la sezione femminile. «El niño mirará al mundo, la niña mirará al hogar, Il ragazzo guarderà al mondo, la ragazza alla casa» era la frase chiave di un manifesto propagandistico del regime.
Las Trece Rosas
Carmen Barrero Aguado, Martina Barroso García, Blanca Brisac Vázquez, Pilar Bueno Ibáñez, Julia Conesa, Adelina García Casillas, Elena Gil Olaya, Virtudes González García, Ana López Gallego, Joaquina López Laffite, Dionisia Manzanero Salas, Victoria Muñoz Garcia e Luisa Rodriguez de la Fuente. Erano tredici giovani donne (per la legge dell’epoca, nove erano considerate minorenni) alcune appartenenti alla Juventudes Socialistas Unificadas (Jsu) altre ignare alla politica e accusate di sovversione, attivismo e terrorismo.
Dopo gli interrogatori, le torture e l’arresto, avvenuto tra aprile e maggio 1939, le giovani furono portate nel carcere femminile di Las Ventas di Madrid (costruito per 450 persone, ma affollato da 4mila). Durante la loro reclusione, furono accusate di aver preso parte all’assassinio del comandante della Guardia Civil, Isaac Gabaldón Izurzún, il 27 luglio. A seguito del giudizio sommario del 4 agosto, che le dichiarava colpevoli di ogni accusa, vennero fucilate la mattina dopo, assieme ad altri 43 uomini, presso il cimitero de La Almudena.
La notizia della loro ingiusta morte coinvolse la stampa internazionale, tanto da interessare Irene Joliot Curie, premio Nobel per la chimica nel 1935 e figlia del doppio Nobel Marie Curie, che organizzò a Parigi una manifestazione per quelle tredici giovani rose.
Due targhe, le strade, i parchi e il film
Solo nel 1988 fu apposta la prima targa commemorativa sul muro del cimitero dell’Almudena, vicino il luogo della fucilazione. Mentre nel 2009, in occasione del 70° anniversario dell’esecuzione, è stata aggiunta un’altra targa in cui compaiono i nomi e cognomi de Las Trece Rosas. Nel 2006, a Getafe, è stata inaugurata la fontana delle tredici rose e nel 2016, a Saragozza, un monumento. Il regista Emilio Martínez Lázaro ha dedicato loro un film nel 2007, e vincitore di ben 4 premi Goya, raccontando il tutto dai diretti occhi della giovane Carmen.
Nel 2019 e nel 2020, a Rota e ancora a Getafe, è stata dedicata loro una strada, mentre a San Fernando de Henares e a Oleiros, un parco. Proprio in quest’ultimo spazio, si trova una statua raffigurante una donna con la testa alta e le braccia aperte intenta a contemplare il cielo. Una figura simbolo di libertà e democrazia che ha l’obiettivo di ricordare come, ancora oggi e in qualsiasi parte del mondo, specie per le donne, sia necessario continuare a lottare per i propri diritti, e proteggerli, senza mai darli per scontati.
Caterina Caparello





