Intervista ad Anna Sergi – Professoressa Ordinaria di Criminologia presso University of Essex nel Regno Unito, da ottobre Professoressa Ordinaria di Sociologia della Devianza presso Alma Mater Studiorum di Bologna.
Dopo anni di propaganda e promesse (se ne parla dagli anni 80-90), il Ponte sullo Stretto di Messina sta prendendo forma nel modo peggiore, non solo senza un vero dibattito democratico ma anche con atti formali e accelerazioni politiche che stanno già incidendo concretamente sui territori.
Il 6 agosto 2025 è arrivata la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Cipess), ila quale ha approvato il progetto definitivo dell’opera , aprendo ufficialmente alla fase degli espropri. La decisione segue la firma dell’Atto Aggiuntivo al Contratto tra la Società Concessionaria Stretto di Messina e il consorzio guidato da Webuild, per un valore di 13,5 miliardi di euro e una durata dei lavori di 6 anni. Inoltre, per quanto riguarda gli espropri, sulla costa siciliana nella zona a nord di Messina il progetto prevede di espropriare 448 unità immobiliari, di cui 291 case: 230 nella zona di contrada Margi a Torre Faro, 51 a Contesse, altre 10 in altri cantieri. Il 60 per cento di queste, quindi 175, sono prime case, 120 sono invece negozi, 37 ruderi. È previsto anche l’abbattimento di due cappelle del cimitero di Granatari, sulla collina di fronte al mare, dove verranno ancorati i cavi di acciaio del ponte. A Villa San Giovanni, sulla sponda calabrese, le case che il progetto punta a espropriare saranno circa 150.
Secondo Webuild, il Ponte sarà una «vetrina dell’ingegneria italiana nel mondo», con una campata sospesa da 3.300 metri, rappresentando la «capacità di consegnare grandi opere infrastrutturali». Un’opera che ha ricevuto il plauso, caratterizzato da una serie di contraddizioni, da parte del ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, che nel 2016, e tutta la Lega, aveva apertamente criticato il progetto ritenendolo un «investimento inutile».
Nonostante le parole contraddittorie del ministro, non tutti condividono questa narrazione positiva e così necessaria, senza intoppi. Infatti, dalle sponde calabresi e siciliane si alza la voce dei comitati locali. «Un furto annunciato», lo definisce Peppe Marra del comitato No Ponte della Calabria, denunciando le 62 prescrizioni ambientali e tecniche ancora irrisolte e il rischio concreto che l’unico obiettivo sia blindare penali miliardarie in favore di Webuild, anche nel caso in cui il progetto venga nuovamente sospeso, come era successo nel 2013 durante il governo Monti.
In questo scenario, tra retoriche di potenza, opacità politica e marginalizzazione dei territori, torna fondamentale interrogarsi: a chi serve davvero questo ponte? E chi lo pagherà, in termini economici, ambientali, sociali e democratici? Ma soprattutto, quali sono e saranno le conseguenze anche geologiche? Specie in due terre ad altissimo rischio sismico e che, ancora oggi, subiscono le conseguenze del devastante terremoto del 1908 che distrusse Messina e Reggio Calabria facendo oltre 80mila vittime.
Infine, domanda fondamentale, come e quanto ne beneficerà la criminalità organizzata?
La professoressa Anna Sergi, tra le voci più autorevoli a livello internazionale sul tema delle mafie e del loro rapporto con le grandi opere pubbliche.
Il Ponte sullo Stretto è presentato come simbolo di sviluppo e modernità. Ma sviluppo per chi? E soprattutto, cosa rappresenta davvero questa infrastruttura nel contesto meridionale e nazionale? In Italia si tagliano fondi alla sanità, alla scuola, ai trasporti locali, ma si finanziano opere mastodontiche e ad alto impatto, anche ambientale, come il Ponte…
Trovo intanto molto interessante, da un punto di vista linguistico, che questo venga definito “il ponte degli italiani”, da Salvini e non solo. E questo per me ha un doppio valore. Un primo valore è questa finzione che quest’opera strategica sia un’opera per l’Italia. Nel senso che, come è noto. è stata giustificata grazie alle necessità dell’agenda NATO, quindi come opera strategica per la difesa. Ma vedo anche un secondo aspetto, per me più problematico perché nascosto: l’utilizzo della nazionalità, del nostro nazionalismo, che usiamo quando conviene. Non sempre siamo “tutti insieme felicemente italiani”: questa retorica serve a coprire quello che, in realtà, questo ponte rappresenta cioè una forma nuova, innovativa e peculiarmente diversa dalle altre, di colonialismo Nord-Sud.
Quest’opera è stata voluta da varie persone, da Berlusconi in poi, quindi non è una novità e non è di Salvini. Anzi, Salvini ha cambiato idea più volte. È un’opera voluta dal nord per il nord, perché ufficialmente le aziende saranno di Milano. Quindi, viene utilizzato un nazionalismo finto, un po’ della patria di memoria mussoliniana.
Eppure ci sono opere che, in teoria, dovrebbero essere per il sud; infatti, dovrebbe collegare il sud al sud, mentre diventano improvvisamente “italiane”. Ciò è linguisticamente indicativo, perché quando si chiede: “è un’opera di sviluppo, per chi?”, dobbiamo rispondere come Sicilia e Calabria non si sentano affatto rappresentate da questo ponte. Non c’è stato un referendum, non c’è stata una consultazione. Chiunque, anche chi ha una posizione intermedia, non viene ascoltato. Si tratta quindi di una posizione politica, sposata dai vertici del Governo e anche dal Governo regionale. Ovviamente il Presidente Occhiuto, dimissionario, resta al centro della situazione insieme a suo fratello Mario, elogiando il progetto. Non a caso sono tutti politici e persone che ci guadagneranno, quindi hanno un interesse economico diretto. Anche qui lo sviluppo viene venduto come sviluppo “per tutti gli italiani” per rassicurarci come non sia solo una questione di sud. Ma non lo sarà, perché le persone non lo vogliono, di conseguenza è una mossa più politica che di vero sviluppo.
Nel suo lavoro analizza la presenza, reale e simbolica, delle mafie nei processi politici ed economici. A proposito del Ponte ha parlato dei “fantasmi” delle mafie ai due lati dello Stretto. Cosa intende e quanto pesa anche il ricorso “strumentale” alla mafia nel dibattito politico? È una minaccia reale o un argomento utile per sospendere il confronto democratico?
Questo fantasma per me è legato all’assenza di visibilità del fenomeno mafioso e delle sue infiltrazioni: siccome non sappiamo come si presenta la mafia nel ponte, così come non lo sapevamo nella questione della piana di Gioia Tauro, prima di scoprire com’era, o nel porto di Gioia Tauro, o in tante altre opere non riuscite della Sicilia, è più facile lasciarlo lì come spettro che aleggia. Uno spettro che aleggia su un ponte che aleggia…siamo al doppio fantasma, il fantasma del ponte e il fantasma della mafia.
Per quanto riguarda la questione mafia da un punto di vista analitico, sappiamo che ci sono già delle indagini sul rischio mafia nel ponte. Il magistrato Michele Prestipino ci ha letteralmente perso il lavoro (procuratore Dna indagato per rivelazione del segreto d’ufficio dalla procura di Caltanissetta e cui è stata paradossalmente contestata l’aggravante di aver favorito la mafia ndr). Secondo le istituzioni antimafia, il rischio è già abbastanza concretizzato. È ovvio che, finché non iniziano ufficialmente i lavori, il rischio resta a livello di tentativo. Infatti, il tentativo non sappiamo come avverrà, ma il rischio è già reale. Quando hai la classica ricetta formata da inefficienza pubblica e immissione di denaro che, per quanto lo si possa controllare, finisce sempre in mano ai privati, si attraggono non solo le mafie italiane ma qualunque crimine organizzato al mondo.
E non perché ‘Ndrangheta o Cosa Nostra siano più brave a entrare nei lavori del ponte rispetto ad altri gruppi criminali, ma perché è successo in tutti i grandi lavori italiani. Da che ho memoria di studio, tutte le grandi opere, dalla Salerno-Reggio Calabria al Mose di Venezia, sebbene non gestite da mafiosi calabresi, siciliani o campani, hanno visto nascere comitati d’affari di personaggi “in giacca e cravatta”, che creano meccanismi tali da rallentare il più possibile l’opera pubblica per mangiare di più al “banchetto” dei soldi pubblici. Questo rischia di essere il destino del ponte, come lo è stato per la Salerno-Reggio Calabria che, ricordiamo, non è ancora finita.
L’infiltrazione mafiosa non avverrà mai come immaginano certi dirigenti ministeriali, ovvero con la pistola. Le maestranze saranno sì locali ma nei subappalti, in un’opera con una marea di attori privati coinvolti, si formeranno i soliti comitati d’affari, come per l’Expo di Milano o il Mose di Venezia, o nella ricostruzione post-terremoto dell’Aquila. Questi comitati, anche senza mafiosi calabresi o siciliani, portano avanti quella tipica pratica italiana: tiriamo avanti i lavori, facciamo meno, facciamo peggio e intanto ci mangiamo tutto. Così questo ponte rischia di essere in costruzione per 150 anni. E non sarebbe anormale, poichè è la normalità dell’opera pubblica italiana, non calabro-siciliana. Una normalità fatta di soldi gonfiati, fondi sprecati, comitati di corruttela. In Calabria e Sicilia questo è amplificato dai gruppi mafiosi, che non hanno altro interesse se non entrare nei circuiti, rallentare e fornire materiali di qualità ancora più bassa di quella minima necessaria. Quindi è una problematica amplificata, ma che si verificherebbe anche se il ponte fosse a Trieste.
La costruzione del Ponte rischia di avere un impatto diretto sulle comunità locali, spesso escluse dai processi decisionali. In che modo questa visione non solo marginalizza le soggettività più fragili, ma cancella anche le voci dissidenti e comunitarie dal discorso sul futuro del Sud?
Innanzitutto i comitati No Ponte, sia dalla Calabria sia dalla Sicilia, proprio perché sono voci del Sud, vengono silenziati. Lo si evince chiaramente da come la notizia è stata data dai giornali italiani nazionali, molti dei quali l’hanno fatta passare come una protesta partitica e contraria al governo. Questa è una borderline manipolazione giornalistica. Il problema di copertura mediatica sul ponte c’è da anni. Solo i giornali calabresi e siciliani si occupano del ponte e danno voce al No Ponte, totalmente assente invece dal panorama informativo nazionale. Mentre, quando la voce compare, è etichettata come eversiva.
Alcuni politici, anche regionali, hanno detto: “solo uno stupido sarebbe contrario al ponte”. Come sempre, si infantilizzano e si rendono omogenee le posizioni di migliaia di persone, alla manifestazione si trovavano 10.000 persone (manifestazione organizzata dal No Ponte e tenutasi a Messina il 10 agosto ndr) facendole apparire come un’unica voce facilmente gestibile. In realtà, sono tante le persone spaventate perché rischiano di perdere la casa, per le preoccupazioni ambientali, per la svalutazione degli immobili, e altre ancora per il fatto che si ritroveranno un pilone sotto casa, un pilone che probabilmente non diventerà mai un ponte. Rimane un’opera di colonizzazione in cui il Nord, il Centro chiunque sia, decide cosa va bene per il Sud.
In tutto ciò, la politica regionale è quella che è: nei “balletti estivi” si è persa del tutto l’argomentazione sul ponte. Trovo aberrante la posizione della Regione, ma dall’altro lato non vedo nemmeno un’opposizione, a parte il sindaco di Reggio, con tutti i suoi problemi, e qualche singolo. In Calabria non c’è una vera voce politica contraria al ponte. Non so se la Chiesa si sia espressa, ma di solito non le importa. È molto facile additare questi movimenti sociali, perché di movimento sociale si tratta, e anche grosso, come una moda di qualche ragazzino che non vuole andare a scuola.
Quali sono invece le opere, le pratiche e i modelli che davvero servono al Sud, e soprattutto a chi lo abita e lo cura ogni giorno?
Guardando un po’ al resto del mondo, e imparando da esso, qualcosa si potrebbe fare. In primis, parlando con i cittadini che, da anni, dicono espressamente di cosa hanno bisogno: strade per arrivare da Gela a Palermo, ferrovie, reti idriche, interventi infrastrutturali. Inoltre, manca proprio un piano d’azione sulla Calabria. Il problema non è che non ci siano strade, ma ce ne sono troppe inutilizzabili. La rete stradale è lasciata a se stessa. Probabilmente bisognerebbe chiudere qualche strada e rifarne altre in modo più serio.
A prescindere dalle infrastrutture e dai servizi, bisognerebbe avere anche un po’ più di rispetto per le comunità di confine. Parlo di Messina e di Reggio-Villa, quelle al confine col mare. Le persone dello Stretto hanno un’identità specifica, che è stata sempre silenziata. Il modo in cui lo Stretto viene vissuto, anche per lavoro, richiederebbe un altro tipo di intervento: non fare un ponte, e nemmeno immaginare un ponte di barche alla maniera degli antichi Romani, ma potenziare i servizi tra due regioni.
Parliamo di una regione a statuto speciale e di una che è la più povera d’Italia, e nessuna delle due pensa allo Stretto come a uno spazio condiviso. Non esistono fondi comuni per lo Stretto, o meglio, se ci sono, sono di necessità e non di programmazione. Secondo me, guardando al resto del mondo, bisognerebbe reimmaginare i servizi sullo Stretto come servizi pubblici. Reinvestiamo i soldi in quello, facciamo passare più navi e rendiamo il servizio gratuito, proprio perché è un servizio pubblico. Lo stesso vale per la creazione di enti condivisi che si occupino dello Stretto in quanto tale.
Per non parlare della questione dei trasporti, altro problema legato alla marginalità di Sicilia, Calabria e Sud in generale, ma soprattutto di Sicilia e Calabria. Se un migrante vuole tornare a casa è costretto a spendere 500 euro per un aereo.
Ci sono tante altre cose da fare prima del ponte…
Maria Francesca Gentile
Caterina Caparello



