L’ARTE DELLA CURA. LA RISTORAZIONE DELLA MAÎTRE STEFANIA LEPORE

Stefania Lepore, maître e cofondatrice del ristorante stellato “Luigi Lepore” di Lamezia Terme, incarna una leadership femminile che sfida stereotipi e costruisce eccellenza radicata in Calabria.

Nel panorama dell’alta ristorazione si distingue la figura di una donna che, con grazia e molta determinazione, dirige la sala del “Luigi Lepore Ristorante”, aperto nel 2019, insignito della prestigiosa stella Michelin nel 2022.

Una donna che non è “la sorella di” un grande chef, né un semplice volto di contorno: è Stefania Lepore, maître, co-fondatrice e anima discreta ma imprescindibile di un’esperienza culinaria e umana d’eccellenza.

Nelle sale eleganti e curate di questo ristorante nato a Lamezia Terme (CZ), ogni gesto è calibrato, ogni dettaglio è studiato per costruire un’atmosfera di raffinata intimità, ogni momento è caratterizzato da una costante cura del cliente e dell’esperienza che andrà a vivere. Sempre in punta di piedi

I piatti arrivano al tavolo come piccoli capolavori, accompagnati da un silenzio rispettoso e da sorrisi misurati, in una coreografia invisibile che rende tutto naturale ma che, dietro le quinte, è frutto di una regia precisa e armoniosa.

È proprio la maître Lepore che dirige questa danza, ne orchestra i tempi, gli sguardi, i ritmi della sala. «La sala è la mia casa, ma anche il mio palcoscenico. A chi entra qui, ogni giorno racconto una storia nuova», spiega con una calma decisa. E gli occhi che brillano.

Il mondo dell’alta ristorazione è tradizionalmente un universo maschile, ancor di più in una regione come la Calabria, dove le convenzioni sociali pesano ancora sulle scelte professionali. Essere donna e, per di più, ricoprire un ruolo apicale come direttrice di sala, significa costruirsi autorevolezza giorno dopo giorno, con pazienza e costanza, senza mai cedere né indietreggiare. Con eleganza sì, ma anche tanta decisione «Non ho mai cercato di impormi, ma nemmeno ho mai fatto un passo indietro», dice. «Chi lavora con me sa che ogni dettaglio conta, e che io dirigo tutto con coerenza e rispetto»

Un esempio concreto di leadership femminile che si manifesta nel lavoro quotidiano, nello studio e non nelle parole urlate, ma nella fermezza di chi sa esattamente cosa vuole e come raggiungerlo. Ancora in punta di piedi. 

Il suo legame con il fratello Luigi, lo chef che dà il nome al ristorante, è profondo e complesso. Stefania non è mai stata una semplice o stereotipata “collaboratrice”. È invece parte integrante di un progetto di famiglia che ha saputo coniugare la visione gastronomica di Luigi con la dimensione relazionale e gestionale che solo una direttrice di sala può incarnare. «Siamo due anime diverse ma complementari», sostiene fermamente. «Lui pensa il piatto, io penso all’esperienza che lo circonda. Non esiste una portata che arrivi in tavola senza che la sala la valorizzi al massimo». Questa sinergia rende evidente quanto il lavoro invisibile, spesso femminile, che tiene insieme la sala, sia in realtà un pilastro fondamentale dell’alta cucina, troppo spesso lasciato nell’ombra.

In questo senso, la sala diventa uno spazio di potere, un luogo in cui si costruisce la narrazione dell’intera esperienza culinaria. Non è un semplice “servizio”, ma un’arte raffinata di accoglienza, controllo dei tempi e delle atmosfere, empatia e rigore. È una longa manus, un passaggio di consegna dalla cucina, e fucina di idee, alla sala che si interfaccia direttamente con il cliente e che lo porta a comprendere il senso di quei piatti. La leadership di Stefania non ha bisogno di rivendicazioni o slogan, perché si esercita con stile e autorevolezza, senza mai rinunciare alla propria identità femminile. «Una buona direttrice di sala deve avere intuito, sensibilità, attenzione, ma anche rigore, determinazione e nervi saldi. Tutto insieme. E deve farlo senza cadere nello stereotipo della donna che è “accogliente a prescindere”. Serve equilibrio», racconta.

Il percorso di Stefania è anche la storia di un ritorno, di una scelta consapevole di tornare e restare in Calabria, una regione dove spesso, per emergere e riemergere, bisogna partire. Lei invece, dopo 13 anni da fuorisede, ha voluto costruire un luogo d’eccellenza che fosse radicato nella sua terra, senza doverla abbandonare. «Lavorare in Calabria non è sempre facile, ma è la mia terra, e volevo che l’eccellenza potesse avere casa anche qui, senza cercarla altrove». Un messaggio importante per tutte le donne del Sud, che si trovano a combattere contro retaggi familiari asfissianti, ruoli predefiniti e prospettive ristrette. Lepore sicuramente non ha abbattuto tutto, ma ha piegato le regole.

Un esempio delle difficoltà ancora presenti nel mondo della ristorazione stellata è l’episodio di una mail ricevuta da chi chiedeva di parlare con il «direttore di sala», dando per scontato che fosse un uomo. «Ma perché?», si chiede. Questo stereotipo da sfatare è una delle tante battaglie silenziose che porta avanti, dimostrando con i fatti che la femminilità non è una debolezza ma un valore aggiunto nella conduzione di una sala. A partire dal linguaggio.

Fondamentale è anche il bagaglio culturale ed educativo che riconosce come base della sua professionalità. La madre le ha trasmesso fin da piccola l’importanza del galateo, dell’eleganza nei gesti, della rigida educazione che plasma non solo il comportamento a tavola, ma la predisposizione stessa a una leadership fatta di cura e rispetto. «Mia mamma mi ha sempre insegnato il galateo, e non quando già lavoravo, ma da ragazzina» quando «a tavola si mettevano i giornali sotto le braccia per tenere i gomiti stretti. Ho sempre visto in lei l’amore nell’accogliere i propri ospiti. È lei che mi ha predisposto a questo», confessa, sottolineando come quelle regole di buon senso e delicatezza le abbiano permesso di essere autentica, mai forzata, nel lavoro che svolge.

«Una volta, ho abbracciato con commozione un cliente che, a fine serata, aveva fatto i complimenti a noi tutti per l’esperienza e la cura, ringraziando di quanto lo avessimo fatto stare bene. È stato un momento di grande soddisfazione per me, mi ha ricaricata le batterie». La forza di Stefania Lepore risiede nella naturalezza con cui incarna il suo ruolo. Lei semplicemente agisce, dirige e crea valore senza bisogno di giustificazioni. E questo basta. 

E Medea chi è in questa piccola ma grande parte di mondo? «È una figura che ha una gran cura per gli altri e che pensa al bene primario di comunità, senza però dimenticare se stessa». Nel contesto dell’alta cucina contemporanea, non servono più eccezioni da ammirare, ma presenze da moltiplicare. Solo così si può davvero trasformare la cultura del comando e dell’eccellenza, aprendo la strada a una leadership inclusiva e autentica.

Maria Francesca Gentile

Caterina Caparello

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