Il brigantaggio postunitario in Calabria rappresenta una delle espressioni più complesse e articolate della resistenza sociale nel Mezzogiorno d’Italia.
Questo fenomeno, che si sviluppò tra il 1861 e il 1870, fu caratterizzato da una forte componente di protesta contro le politiche del nuovo Stato unitario, percepite come oppressive e ingiuste dalla popolazione meridionale.
La morfologia montuosa della Calabria, e la diffusione di comunità rurali isolate, favorirono lo sviluppo di bande brigantesche che, in molti casi, trovarono sostegno proprio tra la popolazione locale.
Le cause del brigantaggio furono molteplici e interconnesse. L’introduzione di una nuova fiscalità gravosa, la coscrizione obbligatoria, la privatizzazione delle terre demaniali e l’istituzione di un servizio militare obbligatorio di massa, furono fattori che contribuirono a generare un profondo malcontento tra le classi più povere e marginalizzate.
In questo contesto, le donne non solo parteciparono attivamente alle bande di briganti, ma assunsero anche ruoli di rilievo, sfidando le convenzioni sociali e contribuendo alla costruzione di una forma di resistenza culturale e politica.
Alle brigantesse calabresi venivano frequentemente contestati legami con le bande armate, attività di propaganda contro le autorità e il possesso non autorizzato di armi. Personaggi come Rosa Cervino, Girolima Folino e Rosalba Galtieri sono esempi emblematici di questa partecipazione attiva.
La decisione di partecipare alle attività dei briganti non si limitava a una reazione alle condizioni di povertà e alle ingiustizie sociali; rappresentava anche una forma di espressione simbolica, un chiaro segnale di opposizione verso le autorità e le strutture di potere che le marginalizzavano.
La condotta di Rosa Cervino, originaria di Papasidero, e le sue azioni testimoniano un impegno diretto nella lotta contro l’occupazione e le forze imperiali, in un contesto di profonda ingiustizia sociale. Il suo caso è emblematico di come le donne potessero essere percepite come minacce per l’ordine costituito, al pari degli uomini, a causa del loro coinvolgimento attivo nella resistenza.
Girolima Folino, proveniente da Conflenti, è un altro esempio significativo. Insieme a Rosaria Marino, faceva parte dei seguaci del capobrigante Giacomo Orsi. Le sue azioni e la sua partecipazione attiva alla causa brigantesca evidenziano come le donne, spesso relegated al ruolo di figure passive, abbiano invece assunto posizioni di rilievo nella lotta contro l’oppressione.
Rosalba Galtieri, di Pedivigliano, fu accusata non solo di favorire i briganti, ma anche di aver istigato il fratello a unirsi alla lotta. Questo dettaglio nelle accuse sottolinea come le donne avessero il potere di influenzare e indirizzare le scelte dei membri della loro famiglia, quasi come megere che con le loro arti magiche e seduttive deviano le personali attitudini.
Queste storie, sebbene spesso trascurate da un punto di vista storiografico, offrono uno spunto per riflettere sul ruolo delle donne nella vicende post-unitarie
Il loro coinvolgimento nel brigantaggio non è solo una testimonianza di resistenza, ma anche di comunicazione simbolica e di lotta per l’affermazione della propria identità e dei propri diritti.
Dal punto di vista psicologico, l’adesione delle donne al brigantaggio può essere interpretata come una risposta a una condizione di subalternità e impotenza.
In un contesto in cui le donne erano spesso relegate a ruoli marginali, la partecipazione alla lotta armata rappresentava un modo per affermare la propria identità e per comunicare la propria resistenza all’oppressione.
Questa forma di comunicazione, sebbene non verbale, era potente e significativa, poiché sfidava le convenzioni sociali e le aspettative di genere dell’epoca.
Il brigantaggio femminile in Calabria rappresenta una forma di resistenza che va oltre la semplice partecipazione a un conflitto armato. È un atto di comunicazione potente, che sfida le strutture di potere e le convenzioni sociali dell’epoca.
Come Medea, queste donne utilizzarono la loro posizione marginale per affermare la propria identità e per lottare contro l’oppressione, lasciando un’impronta indelebile nella storia della Calabria.
Felicia Villella
Foto: Pontelandolfo News
Bibliografia essenziale
- Romano, V. (2016). Le donne briganti. Lecce: Lecce Cronaca.
- Fiorenza, E. (2003). Il brigantaggio nella prima Calabria Ultra. Cosenza: CDSE.
- Villella, V. (2018). Le brigantesse del Sud. Lamezia Terme: Edizioni Terra Ribelle.



