“Sui nostri corpi”. La voce politica di Dalia Aly
Intervista
Nel frastuono algoritmico dei social, dove anche le impalcature del patriarcato trovano megafoni e maschere nuove, la voce di Dalia Aly si staglia come un grido lucido e potente, capace di tenere insieme ferite personali, militanza politica e progettualità artistica. Attrice e designer, ma soprattutto attivista, Dalia racconta un femminismo che nasce dal vissuto, si fonda sull’esperienza e si struttura in una pratica consapevole che intreccia corpo, linguaggio e resistenza.
La storia di Dalia è quella di una doppia vocazione: da un lato la recitazione, scoperta da giovanissima, coltivata con determinazione fino al diploma all’Accademia Teatro Azione di Roma, dall’altro il design, e in particolare il mondo dell’arte orafa, in cui ha investito anni di studio presso il Politecnico di Milano e un Master in Jewelry Design. Due percorsi apparentemente distanti che, nella sua vita, si incontrano nella dimensione dell’espressione. «Sono entrambi fondamentali e di vitale importanza», spiega, e si completano in una visione del mondo in cui l’estetica diventa politica.
Ma è nel momento in cui la violenza digitale entra nella sua esistenza che la sua voce si trasforma in strumento di lotta. «Sentivo una responsabilità in veste di sopravvissuta», racconta. Lei che, all’età di 15 anni, nel 2017, fu vittima di condivisione non consensuale di materiale intimo. Così l’attivismo diventa la terza via, quella che non solo le permette di denunciare, ma di studiare, capire, e restituire strumenti critici a chi subisce o rischia di subire la stessa violenza.
Il racconto della sua esperienza è lucidissimo: «La legge è ferma al 2019, mentre la tecnologia corre alla velocità della luce». La normativa attuale (la 612-ter, la cosiddetta “revenge porn”) non riesce a stare al passo con i nuovi strumenti di aggressione digitale – dai deepfake alla micro-sorveglianza con telecamere nascoste. In un contesto in cui la violenza viene romanticizzata, fraintesa, ridotta a responsabilità della vittima: “non registratevi, non fatevi fotografare” continuano a ripetere i “benpensanti” della società, che non riescono a comprendere quanto quella responsabilità sia invece dal lato di chi clicca “inoltra”, Dalia ribalta il paradigma: la colpa non è mai della donna.
La sua è una posizione netta, politica e scomoda. Definire la condivisione non consensuale di contenuti intimi come “stupro digitale” è una scelta linguistica e simbolica radicale, che riconosce a questa forma di abuso la stessa gravità di quella fisica. «Non è una costola discendente – afferma – è un atto di violenza vero, che ha ripercussioni tridimensionali». Se la repressione penale non basta, l’unica strada è culturale. Serve un’educazione sesso-affettiva che sia consapevolmente femminista, radicata nel consenso, intersezionale e aggiornata all’era digitale. Dalia denuncia un vuoto educativo che, se non colmato, continuerà ad alimentare il ciclo della violenza: «A nulla serve aumentare le pene se mancano le basi culturali».
E qui si svela l’urgenza di un nuovo paradigma formativo, capace di riconoscere la dignità politica del digitale. Un like, un commento, una condivisione sono azioni reali, che hanno un impatto sulla vita delle persone. È nella comprensione di questa continuità tra vita fisica e vita online che si gioca la sfida culturale del femminismo contemporaneo. Dalia difende con forza la legittimità dell’attivismo online, spesso accusato di essere solo “una moda”. «In realtà – sottolinea – è una forma di resistenza profondamente intersezionale, che permette a chi non può fisicamente scendere in piazza – per motivi di salute, disabilità, lavoro, distanza geografica – di far parte quindi della lotta. Il digitale è uno strumento potente di aggregazione – dice – e anche questo è femminismo». Sminuire questa modalità di partecipazione significa escludere nuovamente chi non rientra nei parametri del privilegio. «Così come alle suffragette si diceva che chiedere il voto era una moda, oggi ci dicono che il nostro femminismo è solo estetico. E invece è cambiato il mezzo, ma non la forza della richiesta».
Tra i temi più densi toccati da Dalia, quello dell’onorabilità merita un’attenzione particolare.
«In particolare, nel Sud Italia – dice – le donne continuano a portare sulle spalle il peso di una reputazione imposta. Non ci è concesso sbagliare, esplorare, desiderare. L’onorabilità è la forma invisibile e sofisticata attraverso cui si esercita ancora oggi il controllo sui nostri corpi e sulle nostre voci». Un codice morale che, nella sua versione più tossica, diventa una forma silente di ‘ndrangheta culturale, capace di decidere chi può parlare e chi no. «Se sei etichettata come “puttana”, il tuo parere non conta. Se non sei “onorabile”, non puoi essere madre, moglie, cittadina. Ma il nostro corpo – ricorda – è ancora un campo di battaglia».
Alla domanda su quanto sia concreta oggi una rete femminista nei territori del Sud, Dalia risponde con realismo: «In Calabria ci sono centri, associazioni e collettivi, come la collettiva transfemminista Medusa di Cosenza, ma spesso il sostegno resta superficiale, occasionale. Serve molto di più – afferma Dalia che si rivolse, all’epoca, al Centro Antiviolenza Roberta Lanzino di Cosenza – serve che la rete non sia solo simbolica, ma un vero rifugio, un luogo politico, costante, attivo». «Ce ne libereremo sì, ma a discapito nostro». Questa frase di Dalia Aly è una profezia amara e lucidissima. Il cambiamento arriverà, ma – come sempre nella storia dei diritti – passerà per il dolore dei corpi che osano, che resistono, che parlano.
La sua testimonianza non è solo un monito, ma un invito. A non tacere, a non arretrare, a non sottovalutare mai la forza di una denuncia. E a riconoscere, finalmente, che ogni espressione femminista – che sia una piazza piena o una storia su Instagram – è un passo verso una società più libera, più giusta, più nostra.
E se ti dico Medea, che cosa ti viene in mente?
«Il ruolo della mia vita».
Maria Francesca Gentile



