LE “DONNE DELLA BIRRA”: ROMPERE GLI SCHEMI PER FERMENTARE LIBERTÀ

L'associazione Le Donne della Birra, nata nel 2015, favorisce e sostiene le donne che lavorano nel settore birrario

La birra è da sempre una bevanda popolare, conviviale, quotidiana. Eppure, nella cultura dominante resta legata e relegata a un immaginario esclusivamente maschile, partendo dalla sua promozione. All’interno delle pubblicità, infatti, si vedono nella maggior parte uomini che brindano rumorosamente, mentre quando a esserne protagoniste sono le donne, allora queste vengono rappresentante non come normali bevitrici, ma a delle scollature accanto al bicchiere e con sguardi sempre ammiccanti, spesso anche intente a versare la birra all’uomo di turno. Ne sono un esempio vivido gli spot degli anni ‘50 e dei recenti anni 2000.

«Nonostante quasi il 40% dei consumatori di birra in Italia siano donne, la comunicazione si è sempre rivolta solo agli uomini», spiega Giuliana Valcavi, del Consiglio direttivo dell’associazione Donne della birra. «Se metto una scollatura accanto a una bottiglia, non sto certo parlando a un pubblico femminile». Il corpo delle donne usato come promotore della birra e non come prodotto fruibile anche alle donne

Dietro a queste immagini, però, c’è un’altra realtà molto più concreta che cerca di smantellare tutto questo: donne che producono, sperimentano, innovano il mondo della birra. Donne che hanno fondato un’associazione per dare voce a chi nel settore era invisibile.

Dieci anni fa, tre professioniste – una giornalista, un’imprenditrice e una beer chef belga – hanno deciso di unirsi. Giuliana Valcavi, Caroline Noël e Elvira Ackermann, questi i loro nomi. «Intorno a noi c’erano tutti uomini, e le donne non erano prese in considerazione. Eppure c’erano già tante birraie, proprietarie di birrifici, professioniste del marketing. Ma nessun riconoscimento istituzionale».

Da qui è nata Donne della Birra, l’associazione nata nel 2015 che oggi conta un centinaio di socie e formato dal Consiglio direttivo guidato dalla presidente Federica Felice, Elvira Ackermann, Michela Cimatoribus, Nicoletta Tagliabracci, Fiona Monni, Federica Russo e Valcavi. «Le difficoltà sono le stesse che troviamo in tutti i settori», racconta quest’ultima. 

«Una donna deve fare il doppio del lavoro per essere credibile. Un uomo può improvvisarsi birraio, a noi invece viene chiesto di dimostrare molto di più». Eppure, le conquiste ci sono: «Abbiamo birraie che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. Quindi il talento e la qualità femminile non si discutono».

L’associazione si occupa di moltissimi progetti, volti alla divulgazione della cultura birraia in generale, ma soprattutto l’importanza delle pari opportunità anche in questo settore. Infatti, uno dei progetti più importanti è Pinte Consapevoli, un programma in dieci punti che promuove un consumo responsabile. «Noi valorizziamo un consumo fatto di birre sostenibili, a bassa gradazione, abbinate al cibo. In questo modo il prodotto viene esaltato e al tempo stesso si riduce l’assorbimento di alcol nel sangue. È una responsabilità verso chi produce e verso chi consuma».

Un altro progetto emblematico è “Hopazia”, una Golden IPA realizzata insieme alla cascina Don Guanella di Valmadrera. «Lavoriamo con ragazzi a rischio sociale, che escono dal carcere o arrivano da percorsi difficili. Con loro abbiamo sviluppato questa birra a bassa gradazione: gratificante. E il ricavato sostiene la comunità». Il nome Hopazia è un vero e proprio manifesto: «Ci siamo ispirate a Ipazia, scienziata e filosofa che pagò sulla propria pelle la sete di conoscenza, solo perché donna. Un simbolo perfetto per noi. E poi, la parola hop significa luppolo».

Le Donne della Birra, inoltre, portano la birra fuori dagli stereotipi con un ulteriore progetto: “Sorsi DiVersi”, ovvero degustazioni che si uniscono alla letteratura. «Abbiniamo ogni stile birrario a letture di scrittrici. Claudia Lauricella, content e social media manager che tiene laboratori di letture al femminile alla Biblioteca Universitaria di Losanna, ha infatti selezionato brani di scrittrici famose in perfetta sintonia con lo stile birrario, cioè testi in grado di interpretare e suggerire le atmosfere, le emozioni e le sensazioni che ritroviamo nel bicchiere». Ed ecco associate le parole di Wislawa Szymborska alle note amare della Pils che, insieme, si mescolano in un’unica sensazione di armonia ed equilibrio. 

«Mentre le origini irlandesi della Stout si leggono nelle note scure di Eavan Boland. Non perché ci sia un legame storico diretto, ma perché vogliamo suscitare le stesse emozioni della bevuta». E non solo libri: «Abbiamo sperimentato anche con tessuti, musica e arte. Degustare una birra e al tempo stesso toccare un tessuto che ne richiama la sensazione: è un’esperienza emotiva e originale, che spiazza soprattutto gli uomini. Ma poi li conquista».

Oggi, l’associazione conta circa un centinaio di socie, ma censire le birraie italiane è comunque un’impresa. «Abbiamo cercato di avere numeri precisi, ma molti birrifici registrati a nome di donne non erano reali. In certi casi esistevano solo per ricevere fondi destinati all’imprenditoria femminile. È un problema serio, che dimostra la mancanza di trasparenza e riconoscimento». Anche in questo caso, risulta evidente la voluta “cecità” del sistema che dovrebbe vedere, e sostenere, la reale presenza delle birraie.

E quando chiediamo chi potrebbe essere “Medea” per le Donne della Birra, la risposta è istintiva: «Una socia che rompe gli schemi, che si espone, che lascia spiazzati». In fondo, Medea – proprio come le donne della birra – non si conforma, non accetta ruoli preconfezionati. È una figura controversa e per questo necessaria, che mette in discussione e apre possibilità.

«Come Donne della birra copriamo il gap di genere con attività specifiche: comunicazione, eventi culturali, formazione. È il nostro filo rosso». E in questo impegno c’è una convinzione chiara, quella che «la birra non è un territorio maschile» conclude Valcavi. 

Perciò, riscrivono il modo in cui viene raccontata, bevuta e immaginata. Smontano pubblicità sessiste, propongono pratiche sostenibili, costruiscono alleanze, rendendo davvero la birra adatta a quella che dovrebbe essere: per tutti, senza distinzione di sesso.

Il tutto in un settore che sembrava solo “al maschile”, portando alla fermentazione di una nuova cultura consapevole e aperta a tutte e tutti. Tra una pinta e l’altra.

Maria Francesca Gentile

Caterina Caparello

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