LA PRESA DI POTERE TALEBANA, I DIVIETI E L’APARTHEID FEMMINILE.
La condizione delle donne afghane è sotto gli occhi di tutti. Ma nessuno prende una decisione per porre fine a quello che ormai è stato “normalizzato”: la lenta, e allo stesso tempo veloce, esclusione dai diritti fondamentali e conseguente reclusione delle donne di qualsiasi età. Ma cos’è accaduto e cosa sta accadendo alle donne? Quali sono i pericoli che costantemente vivono? Nel silenzio. E come si è arrivati a tutto questo?
Un passo indietro per conoscere.
La storia e la situazione attuale dell’Afghanistan sono caratterizzate da conflitti, instabilità e tensioni socio-economiche. La monarchia nel Paese è stata abolita nel 1973, in seguito ad un colpo di Stato da parte del Partito Democratico del Popolo Afghano. In quell’occasione venne proclamata la nascita della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, rimasta in vigore fino al 1978. Da quel momento si susseguirono l’intervento sovietico, la presenza americana e l’ascesa dei talebani. Proprio questi ultimi sono i responsabili della crisi multidimensionale che il Paese sta attraversando da ben quattro anni. Infatti, dopo il disimpegno militare statunitense e la ritirata delle forze afghane, i talebani, nel mese di agosto 2021, riuscirono a conquistare numerose città e arrivarono a Kabul il 16 agosto.
Con la conquista della capitale, era ormai chiaro a tutto il mondo che il potere sarebbe passato nelle loro mani. Fin dall’inizio i talebani cercarono, in modo illusorio, di rassicurare la comunità internazionale. Per esempio, annunciarono che il Paese non sarebbe più stato una base per le organizzazioni terroristiche o per l’esportazione di oppio e che avrebbero rispettato i diritti delle donne nell’ambito della Sharia, la legge islamica. Quello che cercavano di ottenere con queste false promesse era in realtà il sostegno della comunità internazionale, in particolare economico. Recentemente, il giornalista e ricercatore Giuliano Battiston ha pubblicato per l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) un bilancio della situazione attuale, sottolineando come la missione dei talebani sarebbe quella di riportare il Paese sulla “giusta strada” e di purificare la società dal “veleno culturale occidentale”. Il leader supremo dell’Emirato è sempre più forte e particolarmente gravi sono le politiche autoritarie e la persecuzione di genere imposte dal regime. L’Emirato è stato anche ufficialmente riconosciuto dalla Federazione Russa, ma rimane distante dalla comunità euro-atlantica, la quale ha intrapreso un processo di disimpegno diplomatico e finanziario, contribuendo però al peggioramento della grave crisi umanitaria in corso.
La condizione delle donne.
Uno degli aspetti più gravi della crisi multidimensionale che l’Afghanistan sta attraversando è rappresentato dalla persecuzione di genere messa in atto dall’Emirato. Si tratta di un vero e proprio apartheid ai danni delle donne, condannato dalla Corte Penale Internazionale e considerato un crimine contro l’umanità. L’8 luglio 2025 sono stati emessi dalla Corte Penale Internazionale dei mandati di arresto nei confronti del leader supremo dei talebani e del capo della Corte Suprema, provvedimenti accolti positivamente della società civile e da varie organizzazioni per la tutela dei diritti umani, perché significa che le violenze commesse dai talebani non sono state ignorate.
Negli ultimi anni, l’Afghanistan si è posizionato, a livello globale, tra i Paesi con i valori più bassi in una vasta gamma di indicatori relativi all’uguaglianza di genere. Un esempio significativo è il Gender Development Index (GDI), ovvero un indicatore che misura le disparità di genere in termini di sviluppo umano, prendendo in considerazione tre elementi principali: la salute, l’istruzione e il reddito. Il GDI assume un valore pari, o prossimo, a 1 nei contesti di parità di genere, mentre valori inferiori indicano disuguaglianze a sfavore delle donne.
Secondo i dati disponibili, nel 2023 il GDI dell’Afghanistan era pari a 0.660, evidenziando quindi un marcato divario di genere. Inoltre, ogni anno il centro di ricerca Georgetown Institute for Women, Peace and Security pubblica una classifica nota come “Women, Peace and Security Index”, la quale ha l’obiettivo di evidenziare i progressi degli Stati riguardo al tema dell’inclusione femminile. Tale classifica mostra che nel 2023 l’Afghanistan si è collocato al 177° posto, cioè l’ultimo, con un indice pari a 0.286. Il report Afghanistan gender country profile 2024, pubblicato dall’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile (UN Women), illustra tutte le politiche discriminatorie, i divieti e i controlli sul corpo delle donne che i talebani hanno messo in atto da quando hanno riconquistato il potere.
Le decisioni sulle donne.
A partire dal 2021, alle donne è stata negata la possibilità di praticare sport; il Ministero degli Affari Femminili è stato sostituito dal Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, ritenuto il custode della moralità, con il compito di reislamizzare la società; alle presentatrici televisive e alle giornaliste è stato vietato di mostrarsi in pubblico senza una copertura integrale del volto ed è stato imposto alle donne l’obbligo di essere accompagnate da un mahram, un parente stretto di sesso maschile, nel caso in cui dovessero compiere spostamenti superiori ai 77 km dalle proprie abitazioni. Nel 2022, invece, alle ragazze è stata vietata l’istruzione oltre il sesto grado, cioè dall’istruzione secondaria in poi. Sono oltre 3 milioni le studentesse escluse dalle scuole e la loro formazione si ferma a soli 12 anni di età. Nello stesso anno, alle donne è stato imposto di non frequentare parchi, palestre, piscine e centri estetici, di non indossare abiti colorati o tacchi ma anzi di indossare il burqa, simbolo del potere che l’uomo e il regime hanno sulle donne. Nel dicembre dello stesso anno due gravi restrizioni hanno ulteriormente danneggiato la condizione femminile nel Paese: il divieto di lavorare per organizzazioni non governative nazionali e internazionali e il divieto di frequentare l’università.
Oltre a tutto ciò, sono in vigore ulteriori divieti che lasciano tutti senza parole, come il divieto per le donne di parlare o ridere ad alta voce. Nel mese di dicembre 2024, è stato annunciato il divieto di costruire finestre se affacciano su aree destinate alle donne perché, secondo i talebani, vedere le donne porterebbe gli uomini a compiere atti osceni. Alle donne è vietato anche accedere alle scuole per diventare infermiere e ostetriche, le uniche ancora accessibili alle ragazze dopo l’esclusione da qualsiasi percorso scolastico. Questa decisione danneggia anche la salute della popolazione femminile, dato che le donne non possono essere visitate da medici uomini. All’inizio del mese di febbraio 2025, i talebani hanno fatto irruzione a Radio Begum, una stazione radio dedicata all’empowerment e all’istruzione femminile in Afghanistan. Fondata nel 2021 dall’imprenditrice e giornalista Hamida Aman, trasmetteva tutti i giorni per tutto il giorno dalla sede di Kabul. La programmazione prevedeva corsi educativi per studenti di scuole medie e superiori, in particolare ragazze, a cui è stato impedito l’accesso all’istruzione formale. Questo non era accettabile: sono stati bloccati i programmi e minacciato che questi non sarebbero più andati in onda. Si tratta di un’ulteriore stretta sui diritti delle donne e sulla loro libertà di formazione e informazione.
Partecipazione femminile lavorativa inesistente.
Altrettanto importante è il tema della partecipazione femminile al mercato del lavoro poiché, storicamente, le donne afghane ne sono state escluse. Tra il 2001 e il 2021 il numero di donne impiegate era aumentato rispetto al passato, ma i tassi rimanevano comunque bassi. Infatti, nel 2021 le donne rappresentavano solo il 23,3% della forza lavoro del Paese. Infine, UN Women evidenzia che le politiche discriminatorie imposte dai talebani hanno causato, tra giugno 2021 e la fine del 2022, una diminuzione del 25% dei tassi di occupazione femminile. Questo perché è stato vietato alla popolazione femminile di lavorare, come nel caso di oltre 15mila donne afghane impiegate in più di 183 ONG e costrette a licenziarsi. Tali decisioni danneggiano gravemente anche l’economia del Paese e ne impediscono la crescita.
La sistematica negazione dei diritti delle donne in Afghanistan compromette negativamente la loro quotidianità e le loro prospettive individuali. Il futuro delle donne è gravemente compromesso, così come quello di tutto il Paese. È importante che tutta la comunità internazionale e la società civile si attivino, al fine di migliorare tale condizione e di assicurare a tutte le donne un futuro dignitoso e la possibilità di realizzare tutti i loro sogni.
Silvia Gatti
Dottoressa in Scienze Politiche, indirizzo Sviluppo Sostenibile, all’Università di Pavia
Esperta sulla condizione delle donne afghane
ph. Thomas Hartwell, USAID



