Contributo di Claudia Ammendola, collettivo Sudversive
Donne come ombre, come proprietà, come merce: filosofia e violenza dietro un gruppo chiamato “Mia moglie”
Fare filosofia comincia con lo stupore, dicevano i Greci. Ma per stupirsi, bisogna avere occhi aperti e coscienza vigile. Bisogna non aver normalizzato l’orrore.
Circola in questi giorni la notizia di un gruppo, chiamato “mia moglie”, luogo virtuale in cui uomini si scambiano foto delle proprie compagne, spesso scattate di nascosto, senza consenso. Immagini intime, usate come trofei. Donne trasformate in carne da esibire, come figurine da collezione. Merce di scambio per rafforzare un’identità maschile che si misura ancora in dominio e possesso.
Il nome stesso del gruppo è già una dichiarazione di potere. Due parole, apparentemente neutre, che rivelano una mentalità radicata: la donna come proprietà privata, come prolungamento dell’ego maschile. Non “la mia compagna”, ma mia moglie, come si direbbe della propria macchina, della propria casa.
E questa idea non è nuova.
Come scriveva Engels, riprendendo Marx, “la prima forma di proprietà privata è la donna stessa”.
Con la nascita della famiglia patriarcale, la donna è diventata il primo oggetto da possedere, controllare, il primo confine da marcare.
La prima forma di dominio non è tra classi, ma tra generi.
E se ancora oggi certi uomini si sentono in diritto di condividere immagini delle loro compagne come se fossero figurine Panini, è perché quella logica primitiva non è mai stata smantellata. Solo adattata ai tempi, ai luoghi di incontro che rappresentano i social.
Platone, nel mito della caverna, descrive prigionieri incatenati all’interno di una caverna che vedendo solo ombre proiettate sul muro finiscono per credere che quella sia la realtà.
Qui però non si tratta di catene legate ai polsi di qualcuno.
Siamo di fronte ad un gruppo di uomini che non vogliono guardare diversamente. Senza alcuna propensione verso la verità, 32.000 iscritti al gruppo in questione, la verità li sminuisce se significa rispetto, considerazione, dovrebbero uscire dal cono d’ombra di uno sguardo così corto. Sguazzano nella superficie sotto lo sguardo abituato di molti.
Ecco, gli uomini di quel gruppo sono ancora lì: incatenati, immobili, incapaci di vedere una donna per ciò che è. Vedono solo ombre: corpi, forme, pornografia dell’intimità.
Non vedono soggetti, ma trofei.
Non vedono relazioni, ma possesso.
Non vedono amore, ma potere.
Vivono in una caverna dove il rispetto è ridicolo, l’empatia è debolezza, il consenso è un dettaglio fastidioso.
Bisognerebbe tornare a scuola, imparare l’ABC delle relazioni.
Capire che l’amore non è possesso, che l’intimità non è potere, che il corpo dell’altro non ti appartiene mai, nemmeno quando ti ama.
Ho chiesto a un uomo che stimo se avesse mai segnalato un gruppo simile.
Mi ha risposto: “No. Sono malati. Meglio ignorarli.”
Ecco il vero problema.
Ignorare non è neutralità.
Non basta non farlo.
Non basta non essere “uno di loro”.
La storia trova la forza di cambiare quando l’indignazione diventa azione collettiva.
Quando ci si schiera non solo per sé, ma per chi subisce.
Quando si smette di dire “non sono io” e si comincia a dire “non è accettabile”.
“Non lo faccio io” non basta più.
Chi resta in silenzio mantiene viva la cultura che consente questi gesti.
Che giustificando minimizza e quindi normalizza.
Le donne vivono, vengono violate ogni giorno, vengono uccise — e non solo fisicamente.
Muoiono ogni giorno in mille piccoli modi, uccise dal silenzio, dall’ indifferenza, dalle mani che non hanno fermato altre mani.
Libere, non siamo fatte per le caverne.
Non siamo ombre, né spettri dei vostri limiti.
Siamo luce piena.
Siamo corpi interi, soggetti vivi.
Resteremo fuori, alla luce del sole. A fare rumore.
A ballare con la vita negli occhi e la libertà nelle gambe.
E non torneremo mai più nell’ombra.



