MEDEA TRA MITO, ARTE E CULTI DELLA CALABRIA

La figura di Medea è da sempre appartenuta alla mitologia classica. Eppure nella Magna Grecia, in Calabria, Medea è da secoli presente nelle sue mille sfaccettature destando, ancora oggi, un grande fascino

LA MEMORIA MAGICA DI UNA DONNA SENZA PATRIA.

«Il mito non è una bugia, è una verità detta in un’altra lingua» Italo Calvino

La figura di Medea si staglia nella mitologia greca come una delle più enigmatiche e potenti: maga, principessa, straniera, madre e assassina. Una donna la cui memoria è scolpita nell’ambiguità, e proprio per questo, incredibilmente moderna. Medea, però, non appartiene solo al teatro di Euripide o ai poemi antichi. C’è una Medea mediterranea, nascosta nei riti e nei simboli della Calabria più arcaica, che vive ancora tra arte, culto e memoria collettiva.

La Calabria, cuore pulsante della Magna Grecia, conserva nelle sue pietre, nei suoi miti locali e nei suoi culti popolari i frammenti sparsi della figura di Medea. Studiosi, tra cui l’archeologo Paolo Orsi, hanno ipotizzato che l’arrivo di Medea nel Sud Italia, secondo fonti secondarie del mito, possa essere simbolico dell’introduzione di saperi esoterici e culti misterici portati dalle colonie orientali. Nelle aree sacre di Locri Epizefiri, antica colonia greca, si trovano testimonianze di culti femminili legati a Persefone, Ecate e Demetra, figure archetipiche vicine per potere e funzione alla stessa Medea.

Il culto di Ecate, in particolare, dea della magia, dei crocicchi e delle erbe, era diffuso tra le comunità calabresi sin dall’antichità. L’uso di amuleti, filtri e pratiche divinatorie tramandate oralmente nei borghi dell’entroterra richiama tradizioni precristiane che sembrano l’eco di un sapere femminile ancestrale.

In Calabria, la figura della “magara” – la donna sapiente, guaritrice e strega – è profondamente radicata nella cultura popolare. È difficile non vedere in essa una trasfigurazione di Medea: donne che conoscono le erbe, che recitano formule, che si muovono ai margini del villaggio, temute e rispettate. La “magara” calabrese non è solo superstizione, ma erede di un sapere mediterraneo che affonda le radici nel culto della terra, nei misteri eleusini e nei rituali greci legati alla fertilità e alla morte.

Questa figura è stata spesso demonizzata, ma in realtà anche iconizzata, creando un ponte ideale tra Medea e le sante eretiche o mistiche della tradizione cristiana, come Santa Domenica o la Madonna nera di Polsi, che continua ad attrarre pellegrini con riti che mescolano sacro e profano. Anche nel campo delle arti figurative l’immagine di Medea è largamente utilizzata in Calabria, dove trova riflessi sorprendenti dall’arte calabrese contemporanea alla potenza del mito classico, rielaborandola in chiave simbolica e politica. Nello specifico, il maestro del décollage Mimmo Rotella, originario di Catanzaro, pur non rappresentando direttamente Medea, si è nutrito del magma mitico del Mediterraneo, strappando e sovrapponendo immagini come fa il mito stesso con la realtà.

In chiave più diretta opera, invece, l’artista Maria Credidio; nelle sue installazioni, evoca spesso il femminile sacro e la magia rurale, ponendo Medea come figura-simbolo della ribellione e della conoscenza. Se volgiamo gli occhi al passato, del resto, numerose sono le testimonianze che legano la figura di Medea al territorio calabrese, come i vasi attici ritrovati nella zona di Sibari e Reggio Calabria che raffigurano scene legate al suo mito, segno che il suo racconto era ben noto nel territorio e costituiva parte del patrimonio narrativo dei greci italici; si tratta di vasi a figure rosse del V secolo a.C. e raccontano l’inganno di Giasone o l’uso della magia per sconfiggere i nemici.

Medea continua a vivere come icona dell’esilio e del potere femminile. È la straniera, colei che non appartiene mai a pieno al mondo in cui si trova. È anche una figura di potere oscuro e ambivalente, come molte delle divinità e dei personaggi che popolano l’immaginario calabrese. Scrive Camille Paglia: «Medea è l’anima dell’arte: distruttiva, creatrice, e profondamente consapevole della propria marginalità».

Nella Calabria sospesa tra arcaico e contemporaneo, tra sacro e profano, il suo mito trova ancora oggi terreno fertile come archetipo che parla di sapienza, dolore e potere. Non è un caso che il mito sia sopravvissuto, in forme mutate, nei canti popolari, nelle danze rituali, nei simboli apotropaici incisi sui portoni. Perché ogni terra ha i suoi fantasmi, ma anche le sue dee: e Medea è entrambe le cose.

Felicia Villella

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