INTERVISTA A DORIS LO MORO, PRIMA SINDACA DI LAMEZIA TERME (CZ).
Doris Lo Moro è stata la prima sindaca della città di Lamezia Terme (CZ). La prima donna.
Nel 1993 fu eletta a soli 38 anni, unica donna in una rosa di sette candidati. Quattro anni dopo, nel 1997, in una competizione a cinque, le donne candidate alla sindacatura erano solo due (con lei, Ida D’Ippolito). Lo Moro fu riconfermata e rimase in carica fino al 2001.
Nel 2025 torna a rappresentare, in occasione delle elezioni comunali, il volto femminile della politica lametina. Con un’eredità ben radicata.
La lunga intervista che ci ha rilasciato esplora la sua visione femminile della politica e le sfide della rappresentanza al giorno d’oggi.
Che ruolo ha la sua esperienza personale e politica nel promuovere una visione autentica e non strumentale della presenza femminile nelle istituzioni, e come giudica oggi l’impegno delle forze politiche su questi temi?
La città di Lamezia Terme ha conosciuto la politica femminile già molti anni fa. Sicuramente è stata minoritaria però, rispetto ad altre città, ci sono state donne di valore. Parlo di Graziella Riga (docente nata a Cortale e deputata nella VI e VII legislatura ndr), una donna politica gentile e competente. Quando sono arrivata alla Camera dei Deputati, mi hanno parlato delle sue qualità e del coraggio di sentirsi tale.
Durante la mia sindacatura, si è instaurato un legame molto forte con i cittadini, radicatosi proprio perché donna, oltre all’avere avvertito un’ondata di affetto al femminile incredibile. Questo che cosa significa? Che c’è spazio per le donne e che bisogna prenderselo.
L’essere donna è l’essere concreta, grazie anche all’empatia. Personalmente ho la tendenza ad ascoltare i problemi degli altri. Questo è un atteggiamento molto femminile, non è utilitaristico e non cerca consenso. Riscontro spesso, però, una “tendenza alla trasformazione” per entrare nel mondo della politica. Basta guardare gli esempi che abbiamo a livello nazionale. Tante donne si scoprono fautrici dell’emancipazione femminile e della presenza femminile nelle liste, ma solo in maniera sloganistica. Io ritengo invece che, se parli di violenza sessuale, non aspetti di averla subita per capire qual è la gravità. É proprio in questo senso che parlo di empatia. Se parli di unioni civili e del diritto delle donne e degli uomini, devi avere riconosciuto la loro libertà di scelta anche nel campo sessuale. Non aspetti che sia ad esempio tua figlia, perché è troppo facile se l’hai vissuto. Questo rivendico da donna che ha fatto politica. In Parlamento mi sono occupata di questi temi e ho portato avanti diverse leggi come capogruppo della Commissione Pari Costituzionali.
Mi sono sforzata sempre di capire, di ascoltare e addirittura di andare un po’ in avanti. Per esempio, quando abbiamo esteso il parere sulle Unioni civili (Legge 20 maggio 2016, n. 76 ndr), la cosa che avrebbe fatto qualsiasi politico di sinistra era dire che fosse costituzionale. Noi siamo andati oltre. Nel nostro parere abbiamo detto che c’erano i presupposti anche per il matrimonio, un puntino avanti rispetto a quello che la società in generale si aspettava. La politica dovrebbe saper essere innovativa, dovrebbe rappresentare una società che marcia in avanti e non aspettare che quella stessa società la spinga.
Io stessa, con grande sforzo, ho proposto e ottenuto l’Istituzione della Commissione sul femminicidio (cofirmataria il 26 ottobre 2016 ndr). La parola femminicidio è stata accettata solo perché non si poteva più evitare.
Che significato ha per lei definirsi femminista e come si traduce nelle pratiche quotidiane?
Sono sempre stata femminista. Questa parola mi appartiene e appartiene alla mia storia. Da ragazza ero in un collettivo femminista, chiamato Donne. Il femminismo fa parte della mia cultura, della mia vita, della mia responsabilità.
Apprezzo molto le donne e le associazioni che le sostengono, da Se non ora, quando a Non una di meno. Mi sento compatibile con tutte loro, anche con le più radicali. L’importante è fare in rete. Da assessora alla sanità (dal 2006 al 2007 ndr), il primo atto della Giunta, cui ho partecipato, fu avviare lo screening oncologico per le donne. Inoltre, abbiamo reso gratuito sia il vaccino contro il papillomavirus, sia contro la rosolia per le donne straniere in gravidanza.
Ho proposto e ottenuto l’accordo per l’introduzione della parità di genere nelle liste per le elezioni europee (relativa al 2014 e in vigore a partire dal 2019 ndr). Questa legge era stata approvata con uno “sgambetto”: evitare che alcuni europarlamentari uomini perdessero potere. Loro hanno sì vinto quella battaglia, ma anch’io ho vinto la mia. La preferenza di genere l’abbiamo introdotta come opzione per evitare liste tutte maschili, che nei piccoli comuni invece era la norma. Nel 1993, alla mia prima elezione a sindaca, entrai in consiglio con 8 donne. C’era la preferenza unica, e tra i 18 consiglieri, 7 erano donne. Donne che si erano fatte strada da sole. Le donne sono queste. Non sono “la moglie di”, “la sorella di” o “la madre di”. Le donne devono avere una storia e rappresentare qualcosa, altrimenti si torna indietro.
Si è mai sentita discriminata nel suo ruolo?
No, non ho mai avvertito discriminazioni. Lavorando però nel Collettivo Donne mi sono misurata con la storia di tutte. Ho vissuto in una città dove il centrosinistra ha avuto il coraggio di candidare a sindaca una donna per dare un segnale contro l’asse di potere. Al ballottaggio sono andata avanti per la mia strada e la città ha capito, perché il voto d’opinione esiste. Quando mi candidai alle regionali (alle elezioni del 2005 ndr)), ottenni quasi 10.000 voti di preferenza. Un voto secco. Questo dimostra che non ero discriminata e che non essere discriminata è possibile.
A oggi, vorrei un gruppo consiliare con donne valide perché possono fare di più, non hanno retaggi culturali, non hanno da servire padroni.
Qual è la figura di donna a cui si è ispirata?
Quando ho iniziato la carriera politica non avevo riferimenti. Invece, in corso d’opera, ho avuto un rapporto con Nilde Iotti (prima presidente donna della Camera dei Deputati dal 1979 al 1992 ndr) che mi ha molto cambiata, poiché mi ha consegnato le sue sofferenze. Ha trovato il tempo di dirmi e di farmi capire quanto avesse sofferto per portare avanti le leggi che hanno ridato dignità alle famiglie italiane (promotrice della legge sul Diritto di famiglia del 1975 ndr). Mi ha raccontato quante lacrime ci fossero dietro quella riforma. Mi aveva molto colpita che una donna, che ce l’aveva fatta e che era un simbolo per tutti, mi dicesse come la vita fosse impietosa e di come, anche nella vita privata avesse sempre dovuto lottare. Il suo messaggio era preciso: combattere vuol dire anche soffrire.
Quali sono le sfide più urgenti per una reale parità di genere nella politica e nella società?
La questione economica. Apprezzo molto quello che ha fatto l’ISTAT attraverso Linda Laura Sabbadini (dirigente ISTAT dal 1983 al 2000 ndr), dando alle statistiche una lettura sociale che ci consente di misurare quanto le donne che non lavorano, o sono sottopagate, incidano sul PIL e sull’economia. Se vogliamo che l’economia riparta e che le donne siano libere, dobbiamo riconoscere il valore femminile nel mondo del lavoro. Una donna economicamente indipendente è una donna libera che può fare tutto. La priorità è il lavoro.
Chi è per lei Medea?
La figura di Medea mi fa venire in mente l’importanza della mitologia e il fatto che al suo interno le donne abbiano sempre ricoperto un ruolo fondamentale. La mitologia è molto femminile e occorrerebbe dar loro spazio sul piano culturale, perché molte delle battaglie emancipanti possono avere come riferimento quelle eroine.
Maria Francesca Gentile
Caterina Caparello



