LE DONNE NEL MONDO DELLO SPORT: MOLTI DOVERI MA POCHI DIRITTI

Anche nel mondo dello sport, le donne vengono discriminate. Stipendi bassi, nessuna garanzia e dilettantismo. Eppure, sono vincenti...anche più degli uomini

Dal gender pay gap al dilettantismo.  Vite e carriere passate a inseguire diritti che spetterebbero alle atlete, nonostante le vittorie.

Quando si pensa allo sport, tutto è dato per scontato. Si ritiene che la parità tra uomo e donna ci sia e sia stata raggiunta da tempo. Si ritiene che i sacrifici per poter praticare un determinato sport ad alto livello agonistico siano gli stessi. Si ritiene che i diritti e i doveri siano identici. Lo sport, come si sa bene, è di tutte e tutti. Proprio perché scontato. Eppure, non esiste nulla di più falso. Ogni volta che si assiste a una partita, una gara, una competizione qualsiasi, nazionale o internazionale, non si va mai al di là del proprio naso. È difficile riflettere su quanto, invece, il mondo dello sport sia discriminante per le donne.

Una sportiva passa la sua vita e carriera ad avere a che fare con due problematiche. La prima, dimostrare di essere brava quanto un uomo (o di più), e la seconda, ovvero essere consapevole di non possedere gli stessi diritti di un uomo, a cominciare dal pagamento e anche dalla considerazione sociale.

In merito al primo punto, a febbraio 2025, il famoso brand sportivo Nike è tornato, dopo ben 27 anni, a trasmettere il suo spot al Super Bowl (la finale di campionato americano della National Football League) decidendo di far emergere proprio le atlete come tali. Titolo di questo spot “So Win”, allora vinci. Sessanta secondi in cui le atlete, del calibro delle cestiste Caitlin Clark, Sabrina Ionescu e A’ja Wilson, della calciatrice Sophia Smith Wilson, della velocista Sha’Carri, e tante altre vincenti, mostrano quanto non importi ciò che dicano le persone, nella maggioranza uomini, in merito all’impossibilità per una donna di vincere tutto e sempre. «Ci sarà sempre qualcuno che vi dirà cosa non sapete fare o chi dovreste essere. Se non puoi vincere agli occhi di tutti, vinci ai tuoi» spiega Nicole Graham, Chief Marketing Officer Nike. Per un’atleta sarà difficile convincere della sua forza, costanza, passione e vittorie. «Diranno che non potrai farcela, allora ce la farai; diranno che non potrai metterti al primo posto, allora mettiti al primo posto; diranno che non puoi riempire uno stadio, allora riempi lo stadio. Parleranno, allora lasciali parlare. Non puoi vincere, allora vinci» tuona lo spot. So Win.

La seconda questione è relativa ai diritti. Diritti che sono diversi tra donne e uomini, la cui differenza è spesso sottolineata dalla legge vigente in ogni Paese. Parlando dell’Italia, la legge 91/1981, definita “legge sul professionismo sportivo”, mostra come le azzurre per cui tifiamo non siano affatto tutelate e rispettate. A causa di questa legge, alle donne è vietato accedere ai diritti più basilari poiché vengono considerate delle dilettanti. E non professioniste. A oggi, solo quattro Federazioni sportive nazionali (calcio, basket, golf e ciclismo su strada) hanno riconosciuto al proprio interno il professionismo, ma solo per alcuni: nella Figc chi è tesserato per le leghe di A, B e Lega Pro, mentre nel basket l’A1. E solo per gli uomini. Tutte le atlete e gli atleti tesserati nelle altre federazioni sono inquadrati giuridicamente come dilettanti.

Cosa significa? Mancanza di un contratto di lavoro vero e proprio, ma scritture private, nessun contributo previdenziale, niente prestiti bancari, assicurativi, nessun piano pensionistico e, se sei donna, nessuna maternità. Per quest’ultimo punto, solo da ottobre 2019, l’allora ministero dello Sport, ha creato il Fondo maternità: un fondo che permette di ricevere 1000 euro al mese per dieci mesi alle future madri in gravidanza durante l’attività agonistica. Un buon traguardo che, però, non è affatto la soluzione a tutti i problemi dato che si basa sulla disponibilità delle casse statali. Proprio per questo la Fipav, a sua volta, ha creato un ulteriore fondo integrato di 500 euro, dedicato alle pallavoliste e chiamato La maternità è di tutti. Allo stesso modo, nel febbraio 2022 è stato creato il Fondo per il professionismo negli sport femminili rifinanziato in extremis, e con tanta preoccupazione, a gennaio 2025 con 4 milioni di euro garantendo la continuità ai progetti già avviati. Belle notizie sì, ma a breve termine. Inoltre, la Figc è l’unica federazione italiana ad aver attuato il passaggio al professionismo. Le altre non pervenute, poiché non esistono garanzie.

Ad occuparsi dei diritti delle atlete l’Associazione Nazionale Atlete “Assist”, e nella persona della sua presidente Luisa Rizzitelli, lotta ogni giorno per portare a galla i problemi sommersi e i diritti negati alle atlete. Atlete che praticano un lavoro, che sono professioniste e non dilettanti.

Pensare che Federica Pellegrini prima, Paola Egonu e Cecilia Zandalasini oggi e tantissime altre atlete, plurimedagliate a livello mondiale, siano considerate dalla legge italiana delle dilettanti ha del paradossale. Le vediamo allenarsi dalla mattina alla sera con l’obiettivo di ottenere risultati fondamentali (nazionali, mondiali, olimpici), le vediamo nelle serie maggiori issare una coppa o indossare una medaglia, le vediamo con la mano sul cuore vestendo la maglia azzurra e cantando l’inno nazionale. Pensiamo che abbiano gli stessi diritti degli uomini ma non è così. L’unico modo per poter ottenere un contratto di lavoro regolare, diventando quindi professioniste, è l’arruolamento nei gruppi sportivi militari e dei corpi dello stato, attraverso un concorso pubblico apposito bandito dalle forze interessate. Beatrice Vio, Federica Brignone, Sofia Goggia, Ambra Sabatini, Antonella Palmisano, per citarne alcune. Solo in quel caso le tutele sono garantite, assieme a uno stipendio.

E, a proposito di stipendio, è un dato di fatto come le atlete guadagnino molto meno dei corrispettivi uomini. In sport come il basket, il golf, il baseball e il tennis, la differenza di retribuzione tra giocatori e giocatrici può variare dal 15% a quasi il 100%. Ad esempio, lo stipendio base medio di un giocatore della NBA è circa 44 volte superiore a quello medio annuo di una giocatrice della WNBA. E il movimento femminile cestistico, a partire dalla categoria universitaria (NCAA) sta crescendo a dismisura tanto da essere arrivato, nel 2025, a 8.5 milioni di spettatori durante il cosiddetto “March Madness (il campionato di Division I). Insomma, i numeri ci sono ma mancano gli stipendi equiparati. Solo nel 2022, dopo lunghe battaglie legali durate 6 anni, la nazionale di calcio femminile statunitense ha ottenuto la pari retribuzione con quella maschile. E le calciatrici americane hanno sempre vinto più degli uomini.

Infine, a febbraio 2025, la rivista Sportico ha pubblicato la classifica degli atleti più pagati al mondo. Risultato? Nessuna donna in Top100, solo uomini. La donna più ricca risulta essere la tennista Coco Gauff, con 30.4 milioni di dollari, la quale è ancora lontana dalla soglia minima di 37.5 milioni necessaria per entrare in classifica.

Le donne continuano a essere discriminate e date per scontate, anche nello sport. Nonostante questo, le atlete lottano e gareggiano dimostrando di poter fare ed essere tutto. Con o senza il beneplacito maschile. So Win.

Caterina Caparello

Foto © gpointstudio

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