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IL MATRIARCATO IN UNA TERRA CHE PARLA AL MASCHILE

Nella prestigiosa collana dei Supercoralli, la giornalista “strettese” firma un esordio narrativo di rara potenza.

COL BUIO ME LA VEDO IO” di Anna Mallamo: Un manifesto femminista antico e visionario

Recensione

Con “Col buio me la vedo io”, pubblicato da Einaudi nella prestigiosa collana dei Supercoralli ad aprile 2025, la giornalista “strettese” Anna Mallamo firma un esordio narrativo di rara potenza. Il romanzo di formazione – figlio della letteratura, della cultura e della questione meridionale – ci trasporta nella Reggio Calabria dei primi anni Ottanta, ferita ma non piegata dalle guerre di ‘ndrangheta, attraversata da ombre reali e metaforiche che si annidano nei vicoli, nelle cucine, nelle famiglie.

La protagonista, Lucia Carbone, studentessa del Liceo Classico dai tratti archetipici e modernissimi, con un nome che è un ossimoro ma che ben rappresenta la sua personalità ambivalente, compie un gesto tanto estremo quanto emblematico: rapisce il figlio di un boss dell’Aspromonte, Rosario Cristallo, e lo rinchiude nella cantina della nonna. E mentre fa segretamente visita al suo prigioniero, la sua vita prosegue apparentemente tranquilla, tra scuola, famiglia e un nuovo amore, Carmine.

Quello commesso da Lucia non è un vero e proprio crimine, ma un rito di passaggio, un atto di resistenza, un urlo che diventa linguaggio nuovo, ribelle, femminile. Spinta da un forte istinto di protezione nei confronti della sua migliore amica, innamorata del ragazzo, e dalla voglia accecante di vendicare o fare giustizia all’amata zia Rosa, assassinata in circostanze misteriose dalla famiglia mafiosa di lui, Lucia ci guida tra le rovine di un mondo dominato da linguaggi maschili, con una voce antica e nuova insieme, radicata nella terra e capace di visioni.

Attraverso il suo personaggio, Mallamo costruisce una vera e propria mitologia meridionale al femminile. Lucia è Scilla, Rosario è Cariddi. Lo Stretto è lo specchio d’acqua che li divide e li definisce, un confine denso e cangiante tra luce e ombra, tra visibile e invisibile, tra la parola e il silenzio. È geografia ma anche stato d’animo. Una metafora viva del conflitto, del passaggio, della trasformazione.

«Vengo da una famiglia di lettrici. Leggono bocche chiuse, angoli dell’occhio, intenzioni. Ragnatele, fessure del muro, parole mai pronunciate. Una famiglia di donne ossessionate dai messaggi, dai segni: ogni cosa può esserlo, lo è. I fulmini, il filo. La pietra, la goccia. Leggono malattie, vene, bubboni. E nuvole. Leggono la luna almeno una volta al mese, nel loro calendario che conta le notti, le reme montanti, il sangue».

Il femminismo che attraversa “Col buio me la vedo io” non è militanza astratta, è materia viva, esperienza quotidiana. Lucia non ha paura dell’oscurità. È figlia di chi il buio lo affronta, lo guarda in faccia, lo doma. È sua nonna, in particolare, ad avere un ruolo centrale nel plasmare la sua identità e il suo destino. È sua la frase “Col buio me la vedo io” e Lucia ne fa un mantra, una dichiarazione di potere e autonomia. Lei e le altre donne del romanzo incarnano una nuova genealogia del femminile. Sono guerriere silenziose, eredi di un matriarcato che resiste tra le crepe del patriarcato mafioso.

La lingua utilizzata per raccontarle è un corpo vivo del romanzo. Dialetto e italiano si fondono, tra le pagine, in una voce altra, che non addolcisce e non giustifica, restituendo alla narrazione la fisicità della fame, del dolore, della rabbia. Mallamo affronta (anche) il tema della ‘ndrangheta con profondità, evitando le trappole del folklore o della semplificazione. La mafia qui è un ecosistema che penetra nei corpi, nei legami, nei silenzi. Non c’è eroismo, ma un senso profondo di sfida. Lucia vuole cambiare il proprio destino e, nel riuscirci, lo scardina.

E poi c’è lo Stretto. Luogo di passaggio, di contrasti e di identità frammentate, che non fa solo da sfondo costante alla trama, ma è un personaggio a tutto tondo che influenza le vite e le scelte dei protagonisti. Nonostante l’ambientazione anni Ottanta, il romanzo parla potentemente al presente.

Le dinamiche patriarcali, la complicità tra potere mafioso e silenzio familiare, il fascismo e i suoi retaggi, restano ferite aperte. La storia di Lucia diventa emblematica perché riflette non solo ciò che è stato, ma ciò che è ancora. Ed è proprio in questa tensione tra passato e presente che il libro di Anna Mallamo trova la sua forza più profonda, proponendo un immaginario alternativo dove il potere femminile non è sottomesso, ma consapevole e coraggioso.

Col buio me la vedo io” che tanto racconta del sud e della sua autrice, che inverte gli stereotipi e scardina le fondamenta dei sistemi oppressivi che sfida, ci colpisce soprattutto per le sensazioni di immedesimazione e appartenenza. Ognuna di noi è Lucia, per le cose che vede, che sente e che sa. Ognuna di noi, lettrice del sud, ha abitato casa sua e si muove con familiarità tra i suoi pensieri. “Col buio me la vedo io” altro non è che un generoso atto politico, prima che letterario.

E quali sentimenti o immagini evoca la figura di Medea nell’autrice? «Io amo Medea: quando penso a lei penso all’ingiustizia, al dolore, non subito alla matricida. Penso alla violenza di Giasone su di lei, alla condizione di straniera rifiutata, al tradimento nei suoi confronti. Lei che era ben più potente dell’uomo a cui aveva scelto di legarsi, che l’aveva legata e poi disconosciuta. Io vedo in Medea il femminile che non si rassegna, non si fa spegnere, a costo di sfidare ogni cosa, pure l’amore materno; in vari miti lei fa vendetta e poi fugge sempre, fino a tornare alle sue origini».

Maria Francesca Gentile

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